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mercoledì, 04 novembre 2009
IL FICO
Io e i miei ricordi che camminano affianco.
Le sette del mattino, i passi ammucchiati lungo la strada del porto, protetta dal silenzio. I Placebo urlano piano i loro infiniti perché agli auricolari del nokia piantati nelle orecchie.
Io e i miei ricordi, adagiati sopra il tappeto del tempo, ascoltiamo senza domande.
Arrivo lentamente in mezzo all’aria salata della stazione marittima, riflessi azzurri che ammantano ogni cosa tra il mare, il cielo, il castello davanti al palazzo reale, la collina che si inerpica fino alla certosa che fa da guardia al golfo. Un azzurro senza fine, sovraesposto; onirico.
C’è gente.
I giapponesi con le loro facce da sbarcati, gli ex-scugnizzi infagottati che tentano di vendere calzini a una coppia di tedeschi in pantaloncini, i tassisti che si soffiano nelle mani per calmare il freddo secco e sereno, raccontando di avventure notturne e degli slalom di Lavezzi.
In questo istante che si allunga a dismisura provo un sincero e assoluto disinteresse verso ogni atomo che mi circonda, cose e persone si mescolano in un nulla che non mi appartiene. La solitudine sa essere di una bellezza devastante, quando è incastonata dentro l’azzurro del mattino fresco di luce.
Mi siedo su una bitta libera da ormeggi, la faccia contro il vulcano che spezza l’orizzonte dell’est.
Il mare è un mantello grigio stanco infinito vestito sopra la pancia di dio, lui da sotto soffia leggero increspandolo appena, in una giostra di piccole colline danzanti.
Il tanfo del gasolio nell’aria è solo accennato, c’è poco traffico e gli aliscafi non intasano ancora la banchina; una casa galleggiante da crociera arriva lentissima alla stazione, pronta a sfornare gruppi candidi muniti di cappelli e bandierine di riconoscimento.
Il sole si libera d’un tratto del prato di nuvole sfilacciate sopra la linea di confine tra l’universo e il mondo, i raggi penetrano sotto il mantello rivelando un gruppo di alici scintillanti che dondolano sotto il pelo dell’acqua. Mi domando, con uno stupore che rompe per un istante il velo immacolato dell’assenza, come diavolo facciano i pesci a sopravvivere in mezzo a queste onde torturate da anni, da secoli; da sempre.
Eppure, qui è bellissimo.
Non penso nulla, solo a non pensare.
Lascio da parte i ricordi, pure quelli. I ricordi appesi agli anni remoti e quelli giovani di ieri sera, le fatiche accumulate dietro al tempo che non basta, gli occhi illeggibili di mia figlia grande, il sorriso nervoso della piccola, le parole accumulate per spiegare e conquistare un altro spazio, quelle lasciate da parte perché inconsulte come i gesti evitati e accumulati dentro pronti a esplodere tutti insieme e a implodere poi in un riflusso insopportabile dentro una cassa da tenere nascosta, serrata per bene, attenti a che nulla esca fuori come inatteso regalo al mondo incapace e feroce.
Non c’è tempo per dare le risposte ai tuoi infiniti perché.
L’azzurro si fa scuro velocemente, riempiendosi vorace di voci e di colori.
I pensieri rientrano al loro posto tutti insieme, così come il ricordo della fatica che si fa fatica esso stesso, travalica la rabbia, trasuda composto nella lucidità di una saggezza imparata con cura lungo le risalite da tutti gli abissi scavati dai nostri occhi e dalle nostre mani forti e nude; impazzite di tenacia.
L’azzurro si fa scuro velocemente, uccidendo questa mattina perfetta.
Questa saggezza, vedi, io comincio a odiarla. Non ha più spiegazioni, ha perso il suo senso laccato in forma di sigillo reale, è priva di ogni logica da qualsiasi angolo la guardi. E’ senza colpa.
Preoccupati dal mondo, guardiamo attenti il mondo che ci ignora con una indifferenza quasi soave, nivea persino nel racconto veritiero della menzogna, cristallina nella propria sontuosa impassibilità.
Una volta – pesco un’immagine dal lago dei ricordi – ho visto un fico cresciuto dentro uno spazio recintato da una rete metallica. Quell’albero non ha mai smarrito la volontà ferrea e naturale di fiorire, non so quanti anni avesse ma di certo erano tanti. Costretto dalla rete, però, è cresciuto in un groviglio intricatissimo di rami e radici, un inviluppo complicato e incredibile che ha bloccato persino la porta di accesso del recinto, una specie di cubo enorme di foglie e di legno diventato prigioniero di sé stesso, andando persino oltre la prigionia imposta dalla rete intorno.
Quel cubo, non so perché, mi rimanda l’immagine di noi costretti dalla paura a schermirci in un universo negato di gesti sempre inconsulti, di sguardi imbarazzati, di fughe dalla verità. Noi sconfessati dalla paura, reclusi in un contesto che se ne fotte di tutto ma verso cui conserviamo una fottuta deferenza che non ha ragioni scusabili.
Quella rete va spezzata.
Il contesto, le cose, i recinti, le parole al vento, le strafottenze, le paure, i ritorni, le facce, le ritorsioni, l’incredulità, il tempo, la rabbia, gli schiaffi, le bestemmie, il candore, le bugie, i paraventi, le ritrosie, i compleanni, le costrizioni, le mani negate, le ciambelle di salvataggio, le mani regalate altrove, gli scudi umani, le porte chiuse a chiave, i pini spogliati dal vento, il rumore delle docce, i voli da un balcone, i burroni dietro l’angolo di un risveglio, le voglie differite, i desideri scambiati per sogni, i capelli bagnati impigliati in un pettine, i naufragi australiani di un aereo in panne, i racconti scritti e sconfessati, le confessioni tardive che non è mai troppo tardi, i bisogni chiusi a chiave, le colpe mai commesse, le ammissioni sbagliate, la verità sempre e comunque, le lacrime mischiate insieme, la morte e la vita in un girotondo insensato, i copioni riscritti daccapo, la sorte benigna presa in prestito, il tempestoso stupore di un argine travolto.
La fatica.
La fatica, la fatica, la fatica.
Questa rete va spezzata.
Con il fardello consueto dei pensieri in circolo tra la nuca e la schiena mi alzo dalla bitta verso cui deriva il metrò del mare. Non faccio a tempo a vedere la scritta sul fianco, risalgo la banchina verso una città disegnata perché sia il mare a farle da guardia e non viceversa, mai.
Questa rete va spezzata, presto, subito; domani.
Volto gli occhi verso le onde, masticando la dannata tentazione di salire su una nave senza destinazione.
E poi tornare, sì, ritornare.
Ma senza sapere quando, e nemmeno come.
postato da giuseppemauro, 11:01 | link | commenti
lunedì, 14 settembre 2009
E pensare che le bionde non mi sono mai piaciute..
postato da giuseppemauro, 10:30 | link | commenti (1)
venerdì, 11 settembre 2009
DELLE RISPOSTE IMPOSSIBILI
Cavalco i sogni con sapienza antica spoglia di pazienza. Lungo i corridoi disegnati dagli orli delle nuvole, mi incuneo seguendo gli spigoli del vento;
talvolta assecondandoli, altre volte viaggiandogli ostinatamente contro.
E’ un percorso in forma di labirinto, là dove le nubi smettono di riposare morbide e bianche appressandosi alle tempeste, caricandosi di buio elettrico, affilando gli angoli pronte a scontrarsi e a rovesciarsi sul mondo.
Quelli sono i percorsi che prediligo. I labirinti più cupi che si intrecciano regalandoti cento incroci e altrettante scelte, necessità di decidere;
talvolta informati, altre volte all’oscuro di ogni variabile.
Lì, a ogni incrocio, io trovo un gancio in mezzo al cielo. Appeso a testa in giù, il punto interrogativo domanda e allora bisogna fermarsi, il tempo di rispondere e poi scegliere e poi girare l’angolo prossimo e riprendere a viaggiare. Un po’ più a sinistra, un poco più su, a cavallo dei sogni.
Faccio un sacco di strada. Un mucchio di chilometri, carrettate di incroci, domande infinite di ogni razza e religione. Io cavalco i sogni, cerco le nuvole buie, mi incammino lungo i labirinti, cerco domande, rispondo e vado oltre. Un po’ folle, un po’ meno.
Figuracce e figuranti si accavallano incontro alla luce dei tramonti che spengono l’orizzonte, impallidendo di nero. Sottovesti trinate frusciano come sonagli travestendo una pelle che ti sembra di sapere ma che poi si rivela sconosciuta e puoi solo restare a guardarla senza saperne più il sapore. Equilibri precari tra correnti d’aria che risalgono il cielo si rompono contro gli argini imposti dal sole a guardia del giorno. Mi piace distrarmi naufragando sopra il vento, accovacciarmi sopra i sogni lasciandoli galleggiare alla deriva, annotare le scomposizioni della vita rifratta dal prisma degli eventi, le porte girevoli che impazziscono proiettandoci in una dimensione che si stampa nel reale soppiantando tutte le altre relegate nell’archivio del passato in forma di embrioni di possibilità.
Ciò che poteva essere e non è stato.
Respiro forte riprendendo la caccia, surreale eroe donchisciottesco in lotta solitaria contro le domande piantate agli incroci del cielo. Perché rispondere è lottare, sempre e comunque.
Esistono domande più forti, però. Non tanto quelle tipiche, testimoni eterne della nostra finitudine e dell’impossibilità certificata di capire – chi sono, da dove vengo, dove vado, e magari perché.
Parlo di sguardi rubati, di attimi improvvisi lasciati rotolare indietro, di parole ammezzate e troncate di netto nell’alveo spinoso di tempi impossibili. Parlo delle mani lasciate a mezz’aria a uccidere una carezza che non puoi o non capisci, degli occhi che inseguono occhi per fuggire via subito appena trovati, dei sospiri nascosti dentro sguardi socchiusi a spiare capelli bagnati striati da un pettine sotto il sole d’agosto. Parlo della memoria che chiude a chiave certi momenti per soffocarne il ricordo dietro i paraventi dell’anima, delle barriere erette a difesa dei sogni che pretendono di cambiare e di colorare la vita, della pelle sfiorata per gioco che provoca insopportabili scariche elettriche che ti dimezzano gli occhi e le difese e il coraggio e la consapevolezza e i bisogni e il senso di te stesso e le occasioni mancate e le sere passate a scrivere lettere mai spedite e messaggi cancellati e sms mai inviati rimasti nella memoria di un vecchio nokia conservato in un cassetto e lo stupore per i brividi che ti attraversano l’anima e il sangue e le dita e lo stomaco all’incrocio di sguardi inaspettati e confusi nel mucchio e tu scivoli di nuovo.
Esistono domande più forti e sono vestite di tutto questo. Piantate lì, in mezzo, possenti e senza risposta. Non ne incontri molte nella vita, forse una o magari due, non di più. Il coraggio che serve per rispondere è tanto grande, tanto ricco, da apparire impossibile da mettere insieme. Allora cambi strada, accarezzi il tuo sogno in forma di destriero e lo riporti indietro, verso domande più consuete; più comode.
Il fatto è che le risposte a certe domande, quelle più grandi, impossibili, quelle in grado di disvelarti una buona fetta del tuo personalissimo senso della vita, non stanno mai in cielo. Loro - le risposte - stanno più giù. Sdraiate sulle onde di un oceano, disperse tra i cristalli d’acqua e di sale che si spengono sul bagnasciuga, affondate nelle fosse che rendono il mare di un blu che è quasi notte, mantello di eternità scura con il compito di custodire i segreti della vita e del tempo e le stesse risposte in attesa della saggezza folle di quei pescatori in grado di coglierle. In mare esistono e abitano scintille di trascendenza, l’inspiegato che agita i sogni, le anime che corrono l’infinito navigandolo in eterno. E’ il mare che possiede le risposte, facendosi beffe di quelli che le cercano guardando verso l’alto.
Allora, ci vorrebbe il coraggio di scendere. Abbandonare i corridoi dei cieli e planare lentamente sul filo trasparente dell’acqua, coperchio di infinito. Cercare tra la schiuma delle onde che si contendono le coste, in mezzo alle scintille di sole che baciano i flutti, dietro le scie lasciate dalle vele perdute in un silenzio senza confini perché il suono delle onde è il silenzio vero, immenso e assoluto, più grande di quello che puoi ascoltare negli universi che dividono le stelle. Lì si trovano le risposte, per chi sa cercarle, riconoscerle, usarle, loro stanno lì. Una risposta per ciascuna domanda impossibile.
Io cavalco i sogni con sapienza antica spoglia di pazienza.
Forse per mettere insieme il coraggio necessario a buttarsi giù dai percorsi consueti, lanciarsi in cerca delle risposte impossibili e abbracciarle con tutto il loro carico di conseguenze, è proprio quello che servirebbe: riempire le vene di pazienza e di sale, per allungarsi oltre l’apnea e respirare sotto l’acqua. Io però non l’ho mai fatto. Vivo di apnee che un giorno finiranno per uccidermi.
Perfettamente consapevole che l’argento si beve ma l’oro si aspetta, veleggio tuttavia lungo i labirinti che circondano i chiostri argentati delle nuvole. Arrivo a un incrocio, mi aggrappo al gancio delle domande consuete, svolto e rivolto il cielo cercando nuove strade che ripensino daccapo un azzurro scolorito che non dà più risposte, o le mette in fila con una inadeguatezza che appesantisce il cammino di inutilità sempre più vaste. Ma il coraggio di scendere quello ancora non c’è.
Ti scrivo queste righe perché parole non so dirne, forse non saprò farlo mai. Però la virtù della pazienza la metto insieme poco alla volta. Ad ogni angolo, ad ogni sterzata, ad ogni scarto dei sogni imbizzarriti, metto via un cristallo trasparente, un tassello di un mosaico che si completa giorno dopo giorno, un tramonto dopo l’altro. Saprò completare il quadro, questo è certo. Allora, forse, saprò scendere pure a cercare la mia risposta impossibile, navigare tra le onde e gli abissi senza fondo, trovarla e guardarla diritto in faccia senza averne paura.
Allora, solo allora, te ne racconterò.
postato da giuseppemauro, 15:38 | link | commenti
mercoledì, 09 settembre 2009

postato da giuseppemauro, 15:24 | link | commenti
venerdì, 28 agosto 2009
POI
Intanto io vado, poi ne parliamo al ritorno, va bene? Magari ti fa bene stare un poco da sola, magari ritrovi la capacità di pazientare e di leggere i giorni intorno, di farne vita da mettere insieme. Magari no, allora poi ne parliamo. Poi.
postato da giuseppemauro, 09:38 | link | commenti
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